ing. Lorenzo Brezzi
una testimonianza
Da: Silvia BrezziGrazie alla posta elettronica forse trovero' il tempo di mantenere i contatti con voi, o con chi attualmente si occupa della questione.
Per cominciare le invio un piccolo 'regalo', estratto dagli appunti di mio padre, il quale, essendo nato in via Garrone nel 1917, ebbe la fortuna di vivere la sua infanzia in quei luoghi.
Cordiali saluti,
Silvia Brezzi
primo appunto
....Facciamo dunque un passo indietro di quasi 200 anni ed arriviamo alla fine del XVIII
secolo. A quel tempo la citta' di Novara era ancora racchiusa nella cerchia dei bastioni
attorno ai quali vi erano solo prati e campi; il terreno sotto ai prati ed ai campi era
pero' argilla di buona qualita', quindi adatta a fare mattoni e stoviglie di terracotta.
Come questo venne a conoscenza di tale Bottacchi Giobatta (o Botacco come indicato in
certi documenti dell'epoca) non mi e' noto; e' invece noto, perche' scritto a pag. 14 del
Catasto e libro dei Trasporti de' Beni di Seconda Stazione, o piano degli edifici in
Novara e Camiano, che negli anni intorno al 1795 il Bottacco Giobatta costrui' su quei
terreni una fornace e comincio' a produrre mattoni, coppi, tubi, stoviglie ed altri
oggetti di terracotta.
Questo Bottacchi Giobatta era il nonno di mio nonno e il signore raffigurato nel
medaglione sull'ingresso della casa di via Garrone dove ho abitato fino alla giovinezza e'
suo figlio Teodosio......
secondo appunto
..... Per la strada privata Bottacchi che portava alla fornace, tutte le sere quando si
faceva buio, passavano barboni di tutti i tipi, che andavano a dormire nei vani della
fornace Hoffmann. Questa per sua stessa natura non si spegne mai, ma il calore si sposta
ogni giorno da un forno al successivo e quindi puoi sempre trovare un ricovero della
temperatura che piu' ti aggrada.
Li vedevamo passare, di qualcuno sapevamo anche il nome o il soprannome, ma ora li ho
scordati. Erano vestiti in genere con lunghi pastrani e portavano borse e borsoni, ma una
caratteristica li accomunava: il diffuso colore rossastro sui vestiti, dovuto alla polvere
dei mattoni.......
..... Di giorno ci recavamo alla fornace anche noi ragazzi, di nascosto dai
"capi", che ci avrebbero fatto filare. All'ingresso c'era un cancello che
restava normalmente aperto, perche' passavano i carri ed i primi camion. C'era anche una
portineria, ma i figli dei custodi erano nostri compagni di giochi, quindi si passava.
Ci si andava per organizzare qualche gioco in un posto diverso dal cortile, ma anche per
osservare dai vetri dell'officina le
macchine che stampavano le tegole marsigliesi, trafilavano l'argilla come pasta delle
tagliatelle, o formavano i coppi; per guardare gli operai che facevano i mattoni a mano;
per scroccare qualche corsa sui vagonetti della "decauville", (ma questo era
vietatissimo) ed infine per farsi dare dai lavoranti un po' di argilla ben impastata e
morbida da
usare per attivita' scultoree.
Guai se ci vedeva il Cav. Teodosio Bottacchi, il "cugino ricco" di mia madre,
figlio dello "zio Pipin", ....... guai soprattutto se avesse visto me, suo
nipote in secondo grado e figlio dello stimato Ing. Brezzi,girare per la fornace mal
vestito, con quella masnada di "ragazzacci".
Era un uomo che metteva soggezione: alto e dritto, sempre vestito di scuro, stimato dalla
gente, temuto dai dipendenti. Lo vedevo passare davanti a casa nostra in macchina, con
l'autista, assai raramente a piedi. Si racconta che, quando vedeva per terra un mattone
perso da uno dei suoi carri, lo raccogliesse e lo riportasse in fornace......
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